- ISTRUZIONE E ARTI APPLICATE A NAPOLI NELL'800
Carlo I di Borbone diede un forte impulso all’artigianato napoletano, favorendo lo sviluppo dalle piccole botteghe tradizionali alle nuove manifatture, ma in genere tutta l’età borbonica fu caratterizzata da una notevole fioritura delle diverse arti applicate. E proprio nell’ambito delle illustri Fabbriche Reali napoletane, già negli ultimi anni del Settecento, si comprese anche la necessità di formare allievi artigiani allo scopo di migliorarne le capacità tecniche e di arricchirli sotto il profilo estetico, ampliando il loro campo di ispirazione. Nacque così una scuola d’arte
ante litteram (la cosiddetta "Accademia del nudo"), in cui avviare gli allievi e approntare percorsi di istruzione più approfonditi per quelli particolarmente dotati, a spese delle casse reali. Ma tali iniziative non riuscirono ad avere un seguito a causa della complessa crisi politica ed economica degli anni successivi, che portò ad una riduzione e infine alla chiusura delle manifatture reali e al fallimento di altre fortunate industrie private. Nel corso della prima metà dell’Ottocento, la carenza di capitali e una soluzione di continuità nella trasmissione di saperi e pratiche all’interno dei tradizionali contesti di apprendistato provocarono una certa “decadenza” nel campo delle cosiddette
arti minori; e per la porcellana, la cui fabbricazione aveva raggiunto altissimi livelli nel secolo precedente, si parlò persino di un “tramonto”, sia dal punto di vista commerciale che creativo. Nei primi paesi industrializzati d’Europa, la consapevolezza di uno stretto vincolo tra sviluppo e istruzione aveva ben presto portato alla diffusione di scuole professionali in cui riuscire a coniugare “l’acquisizione di una cultura umanistica all’apprendimento di nozioni a carattere scientifico”, che furono poi spesso collegate a istituzioni museali (d’arte, di scienza e tecnica). In ambiente napoletano, già intorno agli anni Sessanta dell’Ottocento cominciarono a levarsi voci sulla necessità di istituire scuole di formazione artistica annesse a musei, al fine di coniugare l’esigenza di apprendimento tecnico con la conoscenza artistica diretta delle opere. E la possibilità di concretizzare progetti simili era d’altronde in linea con l’accesso sempre più ampio alle raccolte d’arte che venivano cedute ai vecchi e nuovi musei. E’ però tra agli anni 1880-1882 che a Napoli si arrivò a realizzare un Museo Artistico Industriale, per iniziativa di Gaetano Filangieri, principe di Satriano, allo scopo di riqualificare le
arti minori, formando una nuova classe di artisti-artigiani della ceramica, dell’oreficeria, dei metalli, del legno, ecc. La straordinaria novità dell’impresa fu infatti quella di creare un connubio tra museo, scuola e officina, e innescare così nuove e più moderne dinamiche nel rapporto tra formazione e lavoro, scuola e industria, arte, società ed economia, nell’ottica tutta filangieriana di una funzione sociale della cultura, della vocazione didattica e formativa dei musei. Vedere, conoscere ed apprendere praticamente, in piena sinergia, all’interno della stessa istituzione costituì il cosiddetto “sogno del principe”, ma con la morte di Filangieri (1892) e fino alla riqualificazione più recente, il Museo Artistico Industriale si avviò ad un sostanziale cambiamento nell’organizzazione interna, trasformandosi in un Istituto Artistico Industriale in cui l’istanza formativa prevalse a scapito del progetto museale.